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LA TESTIMONIANZA

Il siciliano a Kiev: «Qui è un disastro, ma è casa mia e tutti si vogliono bene»

di
guerra in ucraina, Siracusa, Mondo
Gli ucraini passano le notti nelle stazioni della metropolitana

Se il turbamento avesse una voce, oggi avrebbe quella di Cirino Spada. Un siciliano di Lentini che aveva deciso di vivere a Kiev insieme a Ludmyla, la donna sposata lo scorso anno dopo cinque di convivenza. Un legame profondo che, oltre all’amore per lei, gli ha fatto abbracciare anche quello per un Paese che l’ha accolto come un figlio. Cirino è un uomo testardo: dalla Kiev martoriata ogni giorno di più lui non vuole scappare. «Questa è casa mia – ha sempre detto – dove dovrei andare?». Adesso, anche volendo, non potrebbe più farlo: gli ucraini hanno abbattuto tutti i ponti della capitale, così da renderne impossibile o molto difficoltoso l’ingresso o l’uscita. Così, Cirino scrive da lì, come testimone di guerra, «una cosa che mai avrei pensato di vedere in vita mia».

Da qualche giorno, lui e Ludmyla dormono in un bunker non lontano da dove abitano. Poi, al pomeriggio, per qualche ora, tornano a casa e fingono una normalità che non c’è e che non forse non ci sarà mai più. Camminano nelle stanze di quello che, fino al 25 febbraio, era il loro mondo privato e che ora temono di vedere violentato da estranei che nulla hanno a che vedere con le loro cose, i loro gli oggetti, le foto sul comò e le lenzuola del loro letto. Eppure, quel testardo di Cirino è sì un uomo preoccupato ma anche felice: felice di vivere in Ucraina, «il posto più bello del mondo anche adesso. Anzi, soprattutto adesso. La Farnesina stava cercando di organizzare un bus per andar via ma io continuo a rifiutare anche se ora, con i ponti saltati, sarà impossibile per tutti».

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Dice che lui non ha mai visto la gente volersi bene come laggiù e ne è affascinato. «Qui è un disastro ma la gente non ha paura – racconta – mi dispiace solo per gli anziani e i bambini che non piangono più per paura di far rumore. Qui si combatte e quando si può, la sera si canta, si taglia la legna e se ne distribuisce un po’ a tutti. La cosa più bella è che ci si aiuta gli uni con gli altri in una catena di fratellanza che, spiace dirlo, non credo potrebbe mai avvenire in Italia. O, almeno, a me non è mai capitato».

Gli chiedo se ha da mangiare e capisco che, dall’altro lato del telefono, c’è un uomo che sta sorridendo mentre un gallo canta anche se sono le 17. «Mangio, certo, tranquilla. Un filone di pane duro come l’acciaio, al momento è l’unica cosa che ho trovato. Lo bagnerò nell’acqua come si usa fare qua». Felice, Cirino Spada è un uomo felice anche se, intorno a sé, c’è morte e devastazione e le giornate sono interrotte dal rumore dei boati dei palazzi sventrati. Ma lì c’è anche l’amore di un popolo che lotta per la propria terra. «Che Dio ce la mandi buona, ci vediamo presto».

 

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