L'INCHIESTA

Siracusa, Csm: nuova tegola sull'ex Pm Longo

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L'avvocato Giuseppe Calafiore, i pm Giancarlo Longo e Maurizio Musco nell'ambito dell'operazione che ha portato all'arresto di 15 persone

SIRACUSA. La sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha condannato alla perdita di due mesi di anzianità l’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, coinvolto, insieme ad altre 14 persone, nell’inchiesta della Procura di Messina sulle sentenze pilotate per favorire gruppi imprenditoriali vicini agli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Un provvedimento scaturito dalla segnalazione del capo della Procura di Siracusa, Francesco Paolo Giordano, che, nel luglio del 2016, dopo aver scoperto l’autoassegnazione da parte di Longo di un fascicolo riguardante l’Eni per sviare, secondo l’accusa, l’inchiesta della Procura di Milano su una presunta maxi-tangente pagata dai vertici dell’Eni a politici della Nigeria, aveva chiesto al pm di motivare quella sua iniziativa.

Nelle carte dell’ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Messina emerge che Longo «riferiva di avere proceduto ad autoassegnarsi il fascicolo perché, alla data nella quale era pervenuta la notizia di reato, era di turno e non vi era altri magistrati presenti in ufficio». Ne è scaturito un procedimento disciplinare e da quanto ricostruito dai militari della Guardia di finanza di Messina, il pm Longo avrebbe preparato la sua difesa con l’aiuto dell’avvocato Giuseppe Calafiore e del collega, Maurizio Musco, che è indagato insieme ad un altro magistrato, Marco Di Mauro.

«Dal tono estremamente confidenziale delle conversazioni tra i tre si desume che non solo Calafiore fosse a conoscenza del procedimento disciplinare, avviato nei confronti del sostituto ed anche lo avesse coadiuvato nella redazione della difesa» scrive il gip nell’ordinanza di arresto. Nella versione dei magistrati di Messina, Longo, che si trova ai domiciliari, «nell'ambito dell’indagine in questione è arrivato a fornire prove false per confermare la credibilità del denunciante Alessandro Ferraro che aveva presentato una notizia di reato palesemente falsa».

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