FINO AL 9 LUGLIO

"Le Rane" di Aristofane, successo a Siracusa per il debutto di Ficarra e Picone

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Foto tratta dalla loro pagina ufficiale Facebook

PALERMO. E’ un inno di gloria al teatro greco e alla sua poesia «Le Rane» di Aristofane, la speranza che il teatro abbia, ieri come oggi, in sé, gli anticorpi della rinascita di una civiltà dilaniata dalla volgarità e dal sopruso.

La battaglia delle isole Arginuse fu per gli ateniesi ciò che Caporetto fu per gli italiani.

Una orribile disfatta.

Avevano vinto, almeno per il momento, ma avevano perso 5000 uomini e 25 navi, né i corpi in mare erano stati salvati. E dopo ogni sconfitta, i responsabili si dileguano, i politici si vaporizzano, nascondendosi dietro intrighi, false testimonianze, processi pilotati.

Questo è il contesto che dà vita a "Le Rane" di Aristofane, in scena al Teatro Greco di Siracusa fino al 9 luglio.

Protagonisti assoluti sul palco Salvo Ficarra e Valentino Picone.

Sulla loro pagina Facebook hanno commentato: "Siamo felicissimi dello spettacolo. Visto come siamo conciati? Ma per Aristofane questo ed altro".

Commedia, solo in apparenza e solo per il linguaggio sboccato, irriverente, qui nella bella e colta traduzione di Olimpia Imperio. Commedia dunque molto seria, l’ultima grande avventura del teatro greco del V secolo a.C., per rappresentare un mondo infernale, non quello dell’aldilà, ma quello di un aldiquà rissoso, volgare, dove i peggiori sono destinati a vincere, dove la corruzione e il malgoverno incalzano.

La bella regia di Barberio Corsetti sa bene come restituire questo eccesso di modernità, la polis è allo stremo, oggi come allora, la politica è terreno degli scontri tra fazioni. Governare? Non se ne parla, ma litigare, dividersi, questo sì, e il risultato è un mondo ultra contemporaneo in scena. «Un mondo squadernato» avrebbe detto Dante, restituito dai costumi senza tempo di Francesco Esposito.

Ficarra e Picone, nei panni di Dioniso il primo, codardo quanto basta, accompagnato dal lamentoso Santia, dalla risata contagiosa, sono esilaranti. Insieme sviluppano la giusta e ben nota comicità. E questo spettacolo li consacra attori a pieno titolo, senza etichette, perfettamente a loro agio con il testo greco. La scena di Massimo Troncanetti è costruita a vista. I sei ottavi cantano a cappella, con un corposo numero di deliziose citazioni musicali, divertenti, bravissimi, con un invidiabile swing, Dioniso spaccone, vanta il coraggio che non ha e se serve si rifugia dal pubblico.

Il coro degli iniziati accenna a una lenta samba, tutti in rosso e arancio, sono i puri di cuore che accusano gli impostori che ancora infestano la città. Il divertimento super è che il dio Dioniso, cosi truce in Euripide e in tutta la cultura occidentale, qui diventa una macchietta.

Applauditissimo anche Gabriele Portoghese, autorevole corifeo. Di bell'effetto la comparsa di Plutone che sorveglia la sfida tra Eschilo e Euripide. Aristofane non risparmia nessuno e Barberio Corsetti si diverte proprio, Euripide sembra uno di quei registi che non metterebbero mai il naso fuori senza una sciarpa rossa, gay, che non rispetta gli dei. E infatti vince Eschilo e sarà la poesia a salvare Atene. Colpo di scena nel finale: nello schermo, che tanto piace al regista, compaiono Pasolini ed Ezra Pound, riportati in vita da Corsetti. Applausi e urla da stadio.

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