TEATRO

La Tebe di Eschilo inaugura il ciclo degli spettacoli classici di Siracusa

SIRACUSA. La terra rossa di Tebe, intrisa del sangue e della sofferenza della stirpe di Laio e di Edipo, è la scena, povera ma efficace, che Carlo Sala ha disegnato per "Sette contro Tebe», la tragedia di Eschilo che ha inaugurato ieri sera il ciclo di spettacoli classici a Siracusa. Al centro della scena un grande albero fiorito, luogo sacro, dove i tebani vanno a pregare gli dei.

Il pensiero vola subito a una delle scene più celebri del teatro contemporaneo, quella di "Aspettando Godot» di Samuel Beckett, ma lì Godot non viene invocato, e la disperazione è fine a se stessa; mentre qui Eteocle, il re, e tutto il suo popolo pregano perché gli dei intervengano, entrino nella storia, a protezione di Tebe, assediata da un esercito sanguinario.La paura che si trasforma in panico è rappresentata molto bene dalla regia di Marco Baliani, e soprattutto dalle musiche del figlio Mirto; effetti sonori straordinari che fanno volare la tragedia fino ai nostri giorni, mettendo a fuoco la contemporaneità di Eschilo: il fragore dei carri, la polvere dei cavalli, il rumore delle spade affilate sugli scudi, l’urlo dei combattenti, tutto viene fuori dal sonoro che precede il duello e la morte.

Ma quando inizia la battaglia ecco che i rumori spaventosi sono quelli di una guerra dei nostri giorni, bombe, elicotteri, mitragliatrici e il suolo che prende fuoco, mentre tutte le preghiere vengono avvolte da una nuvola di fumo. Baliani ha costruito uno spettacolo lineare, senza troppi orpelli, coadiuvato dalla bella traduzione di Giorgio Ieranò; ha fatto di Eschilo un autore dell’esistenzialismo: cosa significa vivere al cospetto della morte? Cosa succede nell’animo umano, quando in pochi minuti ci si gioca tutto?Un grande aiuto viene dalle coreografie di Alessandra Fazzino, che fa correre gli attori nel cerchio della maledizione della stirpe di Edipo. Bella prova per l’Eteocle di Marco Foschi, il re che non cede al fratello Polinice il governo della città.

Questi erano i patti, ma dall’alto della casina che domina il teatro, si rivolge alla città: «La nave va governata con il timone rivolto verso il Bene"; «Tracciate attorno alla città un cerchio di salvezza», dice Eschilo, e, almeno in questo, non è certo autore contemporaneo, ma lo diventa quando affida agli uomini il compito di placare le fastidiose donne, quando evidenzia la grande misoginia del mondo greco.Del tutto superfluo appare il prologo e il finale - assenti in Eschilo - dove Gianni Salvo, un aedo, racconta le premesse e le conseguenze dei fatti narrati; una sorta di spiegazione per i "non udenti», abbastanza didascalica. Ma è pur vero che i governanti sono «non udenti».Convincente Aldo Ottobrino, nel doppio ruolo di messaggero e araldo, molto meno l’Antigone di Anna Della Rosa, certamente commossa ma monocorde. Stasera il debutto alle 18,45 di «Le Fenicie» di Euripide.

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