Trasformare le alghe in energia, nuovo impianto nella rada del porto

Pronta tra un paio di mesi. Costata 4 milioni di euro: tre finanziati dalla Comunità Europea e uno da privati

AUGUSTA. Usare alghe, ma anche scarti di lavorazioni per produrre energia elettrica e biometano. È questa la logica alla base del progetto «BioWalk4Biofuelsm», finanziato dalla Comunità Europea per quasi tre milioni di euro e per uno da partner privati, che ha portato alla realizzazione di un impianto, il primo in assoluto nel suo genere, nella specchio acqueo di Pantano Danieli, all’interno della rada del porto megarese e a ridosso del deposito costiero «Maxcom» di via Lavaggi. La struttura è già quasi del tutto ultimata e dovrebbe entrare a regime tra un paio di mesi per la produzione di energia, a febbraio per il biometano, il tempo cioè di far crescere le alghe dentro le quattro vasche che sono state collocate a mare, proprio a ridosso dei depositi, su un’area concessa dal demanio regionale. A coordinare l’ambizioso progetto che porterà alla produzione di 45 kilowatt di energia che serviranno per alimentare l’impianto stesso, per la Maxcom e per l’immissione in rete sono due ricercatori italiani, Silvano Simoni e Andrea Cappelli del dipartimento di Ingegneria chimica e materiali ambientali dell’Università La Sapienza di Roma in collaborazione con una equipe di ricercatori esperti nello studio delle alghe dell’Università di Catania e del «Conisma», il consorzio nazionale interuniversitario per le scienze del mare e di giovani ricercatori e manager provenienti dall’India, dalla Danimarca, dalla Spagna e dalle Lettonia. In tutto 12 partners per un totale di una cinquantina di persone coinvolte, molte delle quali sono arrivate nei giorni scorsi ad Augusta per una verifica dello stato dell’impianto, visionato anche dai componenti della Commissione Europea. «Il progetto mira a dimostrare in ambito europeo - spiegano Simoni e Capelli- che è possibile trasformare un problema locale quale è la eccessiva presenza di sostanza organica in mare per cause antropiche in risorsa, quale è l’energia elettrica ed il carburante biometano». Una risorsa, dunque, la mancata depurazione delle acque megaresi che favorisce la crescita dell’ulva lactuga, la cosiddetta «lattuga di mare» che sarà coltivata in quattro vasche galleggianti, a cui arriveranno anche i fumi di caldaia, costituiti prevalentemente da anidride carbonica emessi dai vicini depositi della «Maxcom», permettendo la fertilizzazione carbonica. Una volta aspirate le alghe selezionate fermenteranno, seguirà la fase di pulizia del biogas mentre la biomassa non fermentata subirà un trattamento per diventare concime di qualità, alla fine il biogas verrà convogliato in parte ad un cogeneratore, in parte diventerà biometano. Nessun problema per l’ambiente visto che l’impianto sarà ad impatto zero, non essendoci nessuna emissione in atmosfera. «Possiamo dire con orgoglio – ha concluso Elio Di Lella, presidente di Ecoil - che è un primo esempio di bioraffineria marina».
 

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